Roberto ROCCHI – L’eterno in divenire

Roberto ROCCHI – L’eterno in divenire

L’ETERNO IN DIVENIRE

Non è raro che l’arte raggiunga lo spirituale – in alcuni casi ci permetta di guardare agli eterni – e di sentirci, per quanto scossi, in pace con noi stessi. Per i greci la verità era lo svelamento dal léthe, ovvero il tirar fuori ciò che è nascosto. Per Heidegger era una luce che sorge dall’oscurità illuminando le cose, ma ancor prima aprendo uno spazio, una via, che non rappresentando alcun ente, è di fatto l’essere di ogni ente. Consapevoli che nulla è per sempre, abbiamo coscienza che nel mutamento è espressa l’eternità. E allora se pensiamo alla trasformazione che circa duecento milioni di anni fa ha generato il marmo, grazie a un processo metamorfico di rocce sedimentarie come il calcare o la dolomia, abbiamo contezza di come l’eterno sia nel divenire. Quel divenire fa si che da una montagna si estragga un blocco di roccia – in questo caso la purezza del bianco assoluto del marmo di Thassos – e poi ancora si taglino fogli, per poi trasformarsi nelle mani di un artista, fino a diventare opera. Per Rocchi il marmo ridotto a foglio assume il sapore del tessuto in cui, grazie all’uso sapiente della luce, crea la sua tavolozza di colori, dando così contemporaneità a quell’essere fatto di luce che, ancora una volta, nel divenire ci conduce all’eterno. L’opera “Materia”, in cui lo scultore toscano intreccia abilmente marmo, resina e led, arde dell’anima del suo essere, la luce, che dissolvendosi davanti alla pietra ci rammenta l’illusione del vivere e il monito – a cui ci richiama Emanuele Severino – che “solo la pura luce dell’essere è eternamente”. Platone sosteneva che i poeti mentono molto. Forse l’artista è tra i poeti che mente per eccellenza, nascondendoci la verità. Tuttavia, è quel mentire, secondo Nietzsche, che ci ripara dalla verità che è brutta; è quindi la menzogna dell’arte che ci permette di non perire. Aggiungo umilmente di trovare nell’arte il presente di quel divenire in cui si manifesta l’eterno. Dal ‘900 il design è man mano penetrato nella nostra vita mutando da un’espressione artistica ad un valore d’uso quotidiano. Le opere, diventate oggetti, ci accompagnano nella vita di tutti i giorni. L’espressione diventa manufatto, consumato e passato, e torna ad essere “soltanto” opera d’arte. Custode di questo è ADI Museum che raccoglie il frutto dei designer a cui è stato riconosciuto il “Compasso d’ Oro”, premio istituito settant’anni fa. Dunque quale migliore location per opere come «Dialogo», «Pentagono con quadrato», «Rosso sospeso» e altre ancora, in cui il marmo statuario di Carrara e quello di Thassos si uniscono nella ricerca di Rocchi con ferro, acciaio, resine e led colorati. Si realizza così un manufatto che è un’espressione di una progettualità complessa, in cui si manifesta il presente e si guarda al futuro, al divenire, in una dimensione che grazie all’ arte crea una relazione tra uomo (essere) e società, senza alcuna pre-codificazione, così da stupirci fin dal primo sguardo. Un’idea quella dell’artista, piantata solidamente in un percorso scientifico, che, anche nell’incontro con generazioni di giovani, dato dall’insegnamento accademico, ha trovato nella contemporaneità il rinnovarsi della tradizione plastica di Carrara dove ha scelto di vivere all’ombra delle montagne scavate in cave, senza rinunciare all’intenzione che racchiude l’arte che, come sostiene Rick Rubin, è una connessione profonda tra l’artista e il pubblico. L’auspicio è quindi quello che il pubblico, visitando la mostra, possa connettersi con l’eterno, che in divenire, è adesso.

Paolo Asti

 

 

C’è UNA CREPA IN OGNI COSA, E DA Lì ENTRA LA LUCE

Il titolo scelto per la mostra — “L’eterno in divenire” — apre suggestioni di tipo filosofico che non possono essere risolte in termini teorici, solo adombrate dalla poetica di Roberto Rocchi. Mi si perdoni l’approssimazione: la questione dell’essere, che in quanto essere non può non-essere e quindi è da sempre, e del divenire, che in quanto divenire sembrerebbe negazione momentanea dell’essere e dunque non-essere, sta alla base dell’Occidente, almeno a partire dalle riflessioni di Parmenide, e ne determina la storia. Da Platone, passando da Nietzsche ed Heidegger con un salto di millenni, fino all’ultimo Emanuele Severino, i filosofi si sono impegnati nel risolvere la dicotomia essere/divenire. La soluzione, secondo Severino che ne contestò il predomino, è stata quella di privilegiare l’essere, finendo per pensare l’essere come eterno e il divenire, non potendone negare gli effetti e l’evidenza, come un non essere. Da qui la prevalenza del nichilismo e il dispiegamento della volontà di potenza si estrinseca plasticamente nel predomino della tecnica: il mondo essendo un niente che diviene, una successione di niente e niente, può e anzi deve essere manipolato; la tecnica è il destino dell’Occidente. Nella sua imponente costruzione teorica – per sottrarsi alla “follia” del nichilismo e all’ambivalenza del divenire inteso come un susseguirsi di non essere scaturente dal nulla – Severino propone di intendere il divenire come una manifestazione dell’essere, come il mostrarsi dell’essere, come un progressivo apparire dell’eterno, cioè l’apparire e lo scomparire del tutto eterno. In questo modo, Severino sottrarrebbe l’umano anche dall’angoscia della morte, cioè mette in discussione radicalmente l’evidente e quasi innegabile fatto che il nostro essere sembra sia consegnato al tempo, alla caducità di un’esistenza che fin dall’inizio – secondo Heidegger – è un essere per la morte. Poeticamente Severino chiosa che solo così facendo si comprenderebbe che «nulla muore, nemmeno l’ombra più fuggevole della morte, il gesto più impercettibile, il più fuggente degli attimi». Questa illuminazione, la realizzazione stupefacente di questo fatto, cioè dell’eterno in divenire, credo che possa essere il supremo compito dell’arte o della fede. Ma nel tempo della morte di Dio, resta solo l’arte come una delle vie possibili per cogliere quella che nel titolo di questa mostra è riassunto nell’eterno divenire. Fa bene il curatore, Paolo Asti, ad appigliarsi alle riflessioni sul tema di Heidegger, che per altri versi — prima e in modo più potente di Emanuele Severino — ha affidato alla poesia e all’arte il disvelamento dell’essere delle cose, ovvero, ritornando a sopra, la sua eternità che si manifesta e si esalta nel divenire. Heidegger e poi Ernst Jünger, in conversazione tra di loro, individuavano nella luce l’elemento scatenante la verità, che è nel suo etimo greco “la svelata”, la luce in grado di togliere il velo, o di sfoltire il buio del bosco e di creare radure dove l’essere finalmente può numinosamente apparire. Mi pare questo il merito più grande di Roberto Rocchi, le cui installazioni sono macchine perfette dello svelamento che è poetico oltre che plastico, specie quando lavora il marmo in fogli quasi trasparenti. L’algida compostezza delle opere che potrebbero riferirsi all’arte programmata per il rigore e l’essenzialità delle forme, acquista una inattesa forza lirica, talvolta drammatica. In alcune opere affiora una vena perfino surrealista, in altre una tensione tellurica, grazie alla luce che sapientemente le irrora e ne esalta i contorni. “C’è una crepa in ogni cosa, e da lì entra la luce” è uno dei versi indimenticabili del poeta e folksinger Leonard Cohen, che potrebbe circoscrivere le sculture di Rocchi, in cui non è chiaro se la luce venga assorbita all’interno oppure da esse promani, scaturendo dalla forza di un qualche principio regolatore. D’altro canto, la partita che si gioca non è solo quella del contrasto buio/luce, semmai, ancora più sfidante, è quella tra pesantezza e leggerezza, tra superficie levigata e terrosa, tra movimento e stasi, in cerca del perfetto equilibrio da cui traluce la bellezza.

Angelo Crespi